Il Gigante Sassolungo

Brano autorizzato da P. Ballario, “Fiabe e leggende delle Dolomiti”
Giunti Editore S.p.A. Firenze-Milano – per gentile concessione dell’editore

 

leggenda_gigante_sassolungoAbitava una volta in Val di Fassa una famiglia di giganti; ma che dico una famiglia? una tribù, e anzi questa tribù aveva occupato per intero la valle, e in quei campi non si vedevano che figure lunghe lunghe come campanili.
All’infuori della statura essi non avevano nulla di diverso dagli uomini e come gli uomini avevano volto e gambe e braccia e capelli.
Ma che volto! e che gambe! e che braccia! E i capelli? Immaginateli a fiumi, a cascate.
Per vestirli ce ne voleva di stoffa, ma essi non erano vanitosi quanto noi, e si contentavano di indumenti semplici e di piccolo costo.
Buoni, del resto; non avrebbero nuociuto a una mosca, e sì che le mosche sono noiose e a distruggerle ci si guadagna. Ma essi no, le lasciavano vivere.
Vi dirò che erano di pelle tanto dura che le mosche non se le sentivano zampettare sul naso, beati loro! e le notti d’estate dormivano ugualmente anche se legioni di zanzare venivano a molestarli.
Dalla loro valle quei buoni giganti non uscivano mai per non sconvolgere la vita dei pastori abitanti le valli vicine.
Con un calcio avrebbero potuto buttare all’aria una casa, oppure calpestarla come un ciottolo, perché ci vedevano poco, e quei poveri pastori come sarebbero rimasti dinanzi a tale scortesia? I pastori però venivano a trovarli e a vendere loro derrate di patate e di cacio che ognuno di essi si mangiava in un amen, ricambiandole con altrettanto oro che trovavano nel fiume. Il fiume a quel tempo ne era pieno, ed essi non duravano fatica a cercarlo, bastava ci avessero tuffato una mano; e neppure facevano gran caso di quella ricchezza.
Potevano essere felici, non è vero? Invece è destino che la felicità non esista e non duri mai a lungo per nessuno, perché c’è sempre, qualche malo spirito pronto a turbarla.
Questo malo spirito era entrato nel corpo di un gigante che si chiamava Sassolungo, Dio solo sa perché.
Lungo lo era, ma se di sasso non lo so.
Questo gigante, bimbi miei, era un tipo tale che avrebbe fatto la disperazione di tutto un popolo.
Gentile d’aspetto, tutto moine e umiltà, lo si sarebbe detto l’uomo più pacifico e più onesto del creato, ma chi può credere all’aspetto? Quel birbaccione di Sassolungo era un ladro e un bugiardo di prim’ordine.
Così gli piaceva rubare e mentire, mentire e rubare.
Sua madre, che sola tra tutti conosceva che bel tomo fosse suo figlio, ne era morta di dolore, ma le madri, si sa, sono sempre pronte a nascondere i difetti dei figliuoli, ed era morta senza confessare a nessuno il perché della sua morte. E il figlio aveva versato tante lacrime seguendo la sua bara, che tutti ne avevano avuto pietà e lo citavano come modello di virtù.
Eppure da che egli era cresciuto, in paese i malanni e le ruberie si seguivano vertiginosamente.
Pollai spazzati, denari rubati, raccolti rovinati. Ma chi ci pensava che fosse Sassolungo? Quei bravi giganti si assoggettavano a sorvegliare la notte i loro tesori, vegliando per turno, e vegliavano fino a che gli occhi non si chiudevano. Bastava che li avessero chiusi un momento che il malanno era fatto.
Quel ladro doveva essere di una sveltezza prodigiosa.
Allora delle ruberie nei pollai si incolparono la volpe e la faina, chi altri poteva essere? oppure il falco; di notte piombava giù e faceva strage. Oppure tutti insieme messisi d’accordo per nuocere alla gente. E dei raccolti rovinati furono incolpati il tasso e la talpa e la tempesta.
E dell’oro sottratto incolparono la gazza; è tanto ladra e astuta monna gazza! E del grano asportato incolparono i sorci; sono tanto golosi quei sorci! Di qualcuno dei loro non dubitavano affatto, perché da quando essi esistevano nessuna ruberia mai era avvenuta. E Sassolungo era il primo a gridare:
– Morte alla volpe, morte alla faina, morte al falco, al tasso, alla talpa, alla tempesta, ai sorci, alla gazza.
Un birbaccione vi dico.
Volpe, faina, tasso, talpa, falco, gazza e sorci, tutta la genìa delle bestiole, incolpate a torto, si sentirono offese nell’onore, di essere accusate ingiustamente e si adunarono in assemblea.
Disse la volpe:
– Io rubo, sì, nei pollai, ma tutt’al più mi pappo un pollo o una gallina, e ciò avviene anche di rado perché gli uomini sorvegliano i loro polli e ho paura delle trappole. Ai giganti poi non ho rubato mai perché con due passi mi raggiungerebbero e con un piede mi schiaccerebbero. Non lotto mai con i più forti di me.
– Così io – disse la faina.
– E io pure – disse il falco.
Anche gli altri addussero presso a poco le medesime ragioni. – Bisogna dunque scoprire il vero colpevole per denunciarlo ai giganti – proseguì la volpe.
– E perché è giusto che l’innocenza venga riconosciuta e la colpa punita – aggiunse la faina.
– E perché i giganti continuino a volerci bene – conclusero i topi.
Gli altri naturalmente si trovavano sempre d’accordo e approvavano battendo le zampe.
Così decisero che volpe, gazza, tasso e faina avrebbero sorvegliato di giorno, e falco e talpa e sorci vegliato di notte. Naturalmente si avvidero presto che il ladro era Sassolungo e tanto più si indignarono quando lo udirono gridare:
– Morte alla volpe, morte alla faina, morte al falco, alla gazza e ai sorci!
E si recarono di corsa all’assemblea dei giganti a denunciarlo.
Figuratevi se Sassolungo arrossì (ma di sdegno disse lui), e si lanciò sopra quelle povere bestie con uno slancio tale che le poverine se la diedero a gambe. – Vedete? – disse Sassolungo con aria di trionfo – non hanno avuto il coraggio di sostenere l’accusa. Così l’innocenza trionfa della menzogna e della malvagità.
I giganti non dissero sì, non dissero no, ma intanto il sospetto era entrato nelle anime loro e lavorava.
– Possibile? – si chiedevano perplessi e anche addolorati perché l’uomo soffre di trovare il male annidato in colui che ha stimato buono fino a ieri – possibile che il birbante sia lui? con quel viso? con quegli occhi?
– Possibilissimo, ma essi non ci credevano.
Tuttavia lo sorvegliarono e lo sorpresero proprio a rubare in un pollaio.
Figuratevi lo sgomento di quei poveri omaccioni!
Sassolungo, viso di piombo, incominciò a gridare che egli non aveva affatto l’intenzione di rubare; che anzi era entrato nel pollaio per sorprendere la volpe e la faina; che non rubava, che non aveva rubato mai, e i poveri giganti, intontiti più che convinti lo lasciarono libero.
– Può darsi che davvero sia entrato nel pollaio animato dall’intenzione di coglier la volpe e la faina, e scolparsi così dall’accusa che le comari gli hanno mosso – si dissero l’un l’altro, e tornarono a sorvegliare.
Lo colsero in un magazzino di grano intento a riempire sacchi.
– Ora non ci dirai che sei venuto a sorprendere i topi! – gli gridarono.
– Sono venuto a insaccare il grano, appunto per difenderlo da loro! – disse piangendo Sassolungo, e i poveri giganti si guardarono in faccia sbalorditi, e gli perdonarono ancora.
– Però, – gli disse il capo – questa è l’ultima volta che prestiamo fede alle tue frottole: a custodire i nostri averi porremo uomini di nostra fiducia, e proibiamo a te di immischiarti nelle nostre faccende. La prima volta che ti cogliamo con le mani nel sacco la pagherai per tutte.
Sassolungo di nuovo a protestare e a gridare che egli era innocente, che non rubava e che non aveva mai rubato.
I giganti, poverini, a grattarsi la barba e a chiedersi l’un l’altro: – Come si può mentire spudoratamente così? – e speravano che le lezioni avute correggessero infine Sassolungo.
Invece quando si nasce ladri è difficile emendarsi se non c’entra la buona volontà, e Sassolungo di buona volontà non ne aveva, e trovava che era comodissimo vivere alle spalle altrui.
Il gigante suo vicino aveva piantato un melo che era una meraviglia: e ogni sera sedeva all’ombra di esso con la moglie, i bambini, e contava le mele dicendo:
– Quante! e belle e rosse! ne faremo mele farcite, e frittelle, conserve, e ne avremo per tutto l’inverno. È buona cosa seminare con fatica, quando si può raccogliere cantando.
Ma Sassolungo non pensava a queste belle e buone cose; pensava invece che quelle mele sarebbero state una vera leccornia per lui, cotte sotto la cenere e condite con lo zucchero,
Una notte, mentre tutti dormivano, si avviò verso il frutteto del vicino e, dato uno scossone alla pianta di mele, la spogliò. A scolparsi avrebbe pensato poi, incolpando la grandine, il vento, gli scoiattoli.
Il mattino, quando il proprietario della pianta di mele si alzò e vide quello scempio, gridò al ladro, e disperato corse dal capo dei giganti a denunciare il furto.
Il capo non ci pensò neppure un momento, e scosse la testa dicendo:
– E’ quella birba di Sassolungo; non può essere che lui. – E mandò due giganti a prenderlo nel suo covo.
Quello sciocco, non appena li vide giungere, incominciò a gridare:
– Se venite da me per il furto delle mele, vi sbagliate, perché io non ne so nulla, e non c’entro per nulla, e sono innocente come l’acqua.
I due giganti scoppiarono a ridere dicendo:
– Anche i malvagi non sempre sono astuti, perché questa volta ti sei messo nel sacco da solo. Se tu fossi innocente non sapresti nulla del furto, perché ancora intorno non se ne è fatta parola.
E presolo per un braccio, l’uno di qua, l’altro di là, lo condussero dal loro capo nella sala di udienza che si era frattanto riempita di tutta la folla dei giganti.
Il capo e la folla lo accolsero in silenzio ma con viso di minaccia.
– Questa volta la paghi per tutte, Sassolungo – disse il capo.
E Sassolungo a sbraitare e a ripetere le sciocche storie dello scoiattolo, del vento, della pioggia.
– No, no, – disse il capo – sei stato tu, è chiaro come il sole, e invece di confessare il tuo fallo, il che avrebbe potuto forse indurci a un po’ di clemenza, lo aggravi incolpando gli innocenti. Ormai non sperare di ingannarci; soltanto ti preghiamo di una cosa, e questo a tuo vantaggio: se tu non mentirai avrai il castigo, sì, ma eviterai un castigo peggiore; pensaci bene, Sassolungo. Quante volte hai rubato in vita tua?
Sassolungo scoppiò in lagrime e rispose:
– Mai.
I giganti dinanzi a una sfrontatezza simile mormorarono: – Sassolungo, non mentire.
– Mai! – ripeté Sassolungo.
Allora il capo fece un cenno e lo toccò con la sua bacchetta, e il gigante incominciò a sprofondare nel terreno che si apriva sotto di lui pronto a ingoiarlo.
Sassolungo ebbe un brivido ma rispose ancora: – Mai.
Sprofondò fino alla cintola.
– Sassolungo, confessati.
– Mai – ripeté egli cocciuto.
Sprofondò fino al mento.
– Sassolungo, ancora una menzogna e non potrai mentire mai più.
– Mai!
Anche la testa fu inghiottita.
Il capo dei giganti impietosito, volle tentare un’ultima volta per indurlo a confessare e chinatosi sopra la voragine dentro cui Sassolungo era sparito, gli gridò:
– Sassolungo, se confessi posso ancora salvarti. Quante volte hai rubato nella tua vita?
Allora dalla voragine si alzò una mano immensa ad accennare ancora:
– Mai.
Quella mano con tutte le sue cinque dita aperte, è rimasta impietrata nella catena delle Dolomiti di Fassa, e si chiama appunto Sassolungo o Cinque dita.

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