La vera storia del giardino delle rose

Brano autorizzato da P. Ballario, “Fiabe e leggende delle Dolomiti”
Giunti Editore S.p.A. Firenze-Milano – per gentile concessione dell’editore

 

giardino_delle_rose_rosengartenC’era una volta un re. Quanti re c’erano una volta, non è vero? Certamente assai più di ora.
Questo re non era bello perché è uso tra i nani di eleggere a sovrano il più brutto di loro, ma possedeva un castello e un giardino che erano una vera meraviglia.
Il castello era tutto di cristallo e si ergeva sulla cima di un monte da cui si dominavano cento e una valli, e il giardino ne copriva i pendii, da cima a fondo, d’inverno e d’estate, perennemente fiorito di rose che non avvizzivano mai.
Diceva la gente guardando lassù, abbagliata da quel barbaglio rosso sprigionato dalle rose:
– Che rose straordinarie ha re Laurino! – e gliele invidiavano e cercavano di averne il seme con l’astuzia e con l’inganno, senza riuscirci mai perché giardino e castello erano recinti da una muraglia a strapiombo che nessun piede umano avrebbe potuto oltrepassare.
Nei giorni di ricevimento il piccolo re calava un ponte levatoio e i sovrani delle vicinanze potevano salire ad ossequiarlo, ma delle rose nemmeno una parola. Nel giardino non si usciva e le rose si vedevano traverso l’inferriata. I sovrani, beh passi! gli uomini sono meno curiosi delle donne e in fondo si curavano anche poco di sapere quali rose meravigliose e preziose possedesse il loro collega, ma le sovrane, già si sa, ci smarrivano la pace.
Per averle c’era più di una principessa che avrebbe sposato re Laurino, sacrificandogli la sua bellezza, ma re Laurino a quel riguardo era cieco e sordo. Anzi, quando qualche reginotta gli diceva, facendogli gli occhietti teneri:
– Maestà, non mi regalerete proprio mai un germoglio delle vostre rose? – rispondeva amabilmente:
– Chiedetemi la vita, principessa; mi sarebbe più facile donarvela e donarvi il regno, anziché farvi omaggio anche di un solo petalo di quelle rose. Sono fiori sacri, sono innaffiati di sangue.
E tutti pensavano a una facezia e a una stregoneria, o anche pensavano che il piccolo re fosse pazzo o avaro. Invece non lo era affatto.
Il genio dei geni, che è una specie di Iddio per fate, streghe e folletti, aveva, al tempo dei tempi, decretato che ognuna delle anime dei guerrieri morti in guerra fosse rinchiusa in una rosa, e queste rose, riunite in aiuole e in giardini, le aveva date da custodire ai nani.
Se essi avessero permesso, involontariamente o no, che qualcuno devastasse quelle aiuole, il regno dei nani sarebbe sparito, la loro razza estinta, e le rose trapiantate in paradiso.
Figuratevi dunque con quanta cura i nani custodivano quei fiori!
Poi un giorno Laurino, andando a caccia nei boschi di Carezza, vide una pastora seduta sulle rive del lago e se ne innamorò.
La pastora era così bella che pareva una regina travestita, ma era anche vanerella perché, specchiandosi nel lago, sospirava:
– Ohimè, che mi giova essere tanto bella? Bella o brutta ch’io sia, sono destinata a restare pastora.
– O a diventare regina, – disse Laurino sbucando fuori da un cespuglio e piegando le ginocchia dinanzi a lei – purché tu non disdegni la mia bruttezza, bellissima pastora.
La bella pastora cui non pareva vero di poter diventare regina, rispose subito di no, che la sua bruttezza non contava niente e lo sposò.
Brutto affare per un re sposare una pastora! e una pastora vanerella.
Le reginette e le principesse delle vicinanze, quando seppero la cosa, trovarono che re Laurino aveva fatto loro affronto, creando regina una pastora, poi la pastora era bella, e poi possedeva quel giardino straordinario che nessuna di loro era riuscita a conquistare, e pensarono subito di condurla alla rovina. Pensa e pensa, l’occasione giunse presto.
Re Arcobaleno che aveva la reggia poco discosta da quella di Laurino, aveva invitato a una festa di ballo tutti i sovrani dei dintorni, e le regine e le principesse si davano un gran da fare per scegliersi le acconciature migliori e comparire una più bella dell’altra.
– Vogliamo proprio sapere che veste indosserà la regina Enrosadira – si dissero le cattive, e andarono da lei.
La regina pastora stava prendendo lezioni di danza da un maggiolino dorato e si trovò assai confusa dinanzi alla domanda di quelle belle signore.
– Io indosserò un abito di gocce di rugiada – disse la regina Nuvoladirosa.
– E io di pistilli di gigli di montagna. – E io di penne di pavone.
– E io….
– E io indovino che la regina Enrosadira non vuol dirci qual veste indosserà perché nessuno la uguagli o la superi – disse una reginotta astuta come una faina.
– Ma no, – rispose la regina pastora – veramente ancora non ci avevo pensato.
– Ah se io fossi in voi, – sospirò ancora la reginotta astuta – non vorrei vestirmi che di petali di rosa. Enrosadira spalancò la bocca.
– Ma le rose avvizziscono – obbiettò.
– Non fate l’ingenua. Noi sappiamo bene che rose straordinarie fioriscono nel vostro giardino, e una veste così sarebbe proprio originale.
– E incornicerebbe d’incanto la vostra leggiadria.
– Sembrereste una rosa tra le rose.
– Sarebbe la veste più adatta per voi che siete la regina del
le rose.
Enrosadira arrossì di piacere e abbozzò inchini a dritta e a manca per ringraziare quelle dame di tanta cortesia. – Purtroppo, – mormorò poi – re Laurino non vuole che le sue rose siano colte.
– Baie!
– Un grande castigo toccherà a chi le coglie.
– E voi fatele cogliere dalla vostra cameriera! – consigliò la reginotta astuta come la faina.
Enrosadira non disse sì, non disse no, ma voi sapete che il seme, gettato nel terreno fertile, germoglia.
Il seme dell’ambizione germogliò in fretta nell’animuccia della regina Enrosadira.
La lotta tra il timore e la tentazione fu più breve di quanto non si pensi. La sera stessa ella chiamò a sé una cameriera e le ordinò, pena la morte, di scendere per tre sere in giardino a cogliere tre grandi cesti di rose. -Maestà, – disse la poverina – voi mi fate compiere un sacrilegio.
– Ubbidisci e taci.
– Maestà, re Laurino si accorgerà del furto e ne avremo un terribile castigo. Voi sapete, maestà, che la fortuna del nostro regno e la vita della nostra gente dipendono dalla sicurezza di quelle rose.
– Che sciocca insolente sei tu! Re Laurino non si accorgerà di nulla perché le rose tu le coglierai a poco a poco, e in tre sere rifioriranno. Se tu rifiuti di ubbidire la tua regina, sarai castigata ugualmente.
La poverina scese tremando in giardino e colse le rose, ma non appena si accinse a tornare alla reggia, dai cespugli devastati si levarono gemiti strazianti, ed ella giunse dinanzi alla reggia più morta che viva, e bianca come neve.
– Maestà, – le disse buttandole ai piedi il cesto colmo di rose – datemi pure la morte, ma io in giardino non ci scendo mai più.
La regina alzò le spalle e la sera ci mandò un’altra cameriera, e poi un’altra fino a che ebbe le rose volute e la sua veste fu pronta.
Re Laurino ogni mattina si destava di cattivo umore e le diceva:
– Enrosadira, chi mi ruba le rose? – Io non sono, maestà.
– Enrosadira, un terribile castigo colpirà me e la mia gente per colpa di chi tradisce la mia fiducia e la mia bontà, ma il castigo più tremendo sarà per il traditore.
– Questo è bene, maestà.
E meditò un altro inganno; guai se si comincia a imboccare la via degli inganni, bimbi miei! Si precipita fino in fondo!
“Se Laurino mi accompagna alla festa di re Arcobaleno, certo riconosce nella mia veste le rose che gli furono rubate e io sono fritta; bisogna far sì che re Laurino alla festa non venga” pensò quella regina vanerella.
Pensato e fatto.
Quando Laurino comparve in abito di gala per accompagnarla alla festa, Enrosadira che era a letto, aprì un occhio e poi l’altro, e fingendo di essersi svegliata allora allora gli disse:
– Avevo dimenticato l’invito, maestà; ho un terribile sonno e preferisco restermene a nanna; se voi volete, potete recarvi da solo al ballo, maestà.
Re Laurino sorrise tristemente e le disse:
– Io ci andrò se ci andrà la mia sposa – e si ritirò.
Uscito lui, Enrosadira balzò fuori dalle coltri, cheta cheta indossò la sua veste meravigliosa e si avviò al castello di re Arcobaleno.
Il bagliore che emanava da quelle rose era tale che le rischiarava la via, ma ad ogni passo pareva ad Enrosadira che quella veste le si stringesse addosso fino a toglierle il respiro.
– Baie, – diceva – è forse il rimorso di aver ingannato quel poverino di mio marito; basta farci l’abitudine; un’altra volta non mi accadrà più. Passerà, passerà. – E pensava al trionfo che avrebbe riportato alla festa.
Però il disagio cresceva ed ella si sentiva le carni straziate dalla puntura di centinaia di aculei che si addentravano sempre più, sempre più, dandole sofferenze atroci.
“Che sciocca!” pensò ella, sorretta dal pensiero del trionfo che l’avrebbe accolta al palazzo di re Arcobaleno, “avrò dimenticato qualche spillo nella veste; la cucii con tanta fretta! Come pungono questi spilli! Mi ci avvezzerò, mi ci avvezzerò”. Ma non ci si avvezzava, povera reginetta, e il tormento era così insopportabile che, invece di camminare, ella procedeva a salti e a balzi come se avesse danzato.
A passo di danza giunse alla reggia di re Arcobaleno, e danzando penetrò nella sala dove un urlo di raccapriccio l’accolse e la impietrò sulla soglia.
Gli invitati non avevano mai visto nulla di atroce come la sua apparizione.
Sotto la veste di rose della regina Enrosadira spuntava, una rete di spine, e gli aculei erano così profondamente conficcati dentro le sue carni che a ogni passo l’infelice lasciava una scia di sangue dietro di sé.
Nel silenzio che era seguito alla sua apparizione, una voce terribile si alzò, e ognuno riconobbe la voce di Laurino.
– Regina Enrosadira, chi ha rubato le mie rose? chi ha ingannato la mia indulgenza e la mia bontà? chi ha tradito la mia fiducia? Per colpa tua il mio regno sparisce e la mia razza si estingue, ma il castigo più grave colpisce te che per leggerezza hai causato la rovina di tutti noi. Nella tua veste di rose resterai rinchiusa come dentro a una prigione di spine fino a quando Laurino e il suo castello non ritornino nel luogo da cui oggi sono scomparsi.
A quelle parole seguì un terribile fragore, e il mattino chi guardò verso la cima di quella montagna dove sorgeva la reggia circondata dal suo mirabile giardino, non vide che la roccia nuda e bianca.
Naturalmente il castello di re Laurino non vi tornerà mai più, ma la montagna è rimasta e si chiama, a ricordo di quelle rose mirabili, Giardino delle rose (Rosengarten).
Anche voi lo conoscete, bimbi belli, il Catinaccio, la dolomite che all’alba e al tramonto si accende di rosa più vivacemente delle altre per il fenomeno dell’Enrosadira, e sapete perché essa e le altre montagne s’incendiano così? Perché la povera regina Enrosadira vi sale ogni giorno all’alba e al tramonto a vedere se, per caso, il castello e le rose di Laurino ritornino a sorgere e a fiorire.
E la roccia si colora al riflesso della sua tragica veste meravigliosa.

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